Dolcestorie

Tutti abbiamo una storia da raccontare e dietro ad ognuna c’è una vita, un ricordo. Il Contagiorni 2022 di Società Dolce celebra le storie raccontate dai nostri Soci, alcune illustrate dai fumettisti Walter Venturi, Alfredo Orlandi ed Eleonora Airaghi, altre lette da voci narranti della compagnia teatrale La Ragnatela di Bologna.
Sono frammenti di vita, episodi colmi di emozione, allegria, nostalgia, orgoglio. Queste storie e i loro protagonisti sono il patrimonio di Società Dolce.

le storie illustrate nel Contagiorni 2022

le storie raccontate

VAX DAY A VILLA PAOLA

Questa storia ci è stata raccontata da Elisa Pozzarini,
Casa Residenza Anziani Villa Paola - Bologna

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

L’alba stamattina ha un nuovo colore su Villa Paola. Abbiamo atteso a lungo questa giornata e quello che ci porterà. E siamo pronti.
L’abbiamo aspettata da quando è iniziata la pandemia senza che il Covid entrasse a Villa Paola per lunghi mesi. Ci siamo sentiti un’isola felice, un porto sicuro per gli utenti e per tutto il personale. Una residenza per anziani durante la pandemia era un luogo di resistenza e noi abbiamo resistito.
Lo abbiamo fatto fino alla fine di dicembre 2020 quando l’invasore ha superato la nostra resistenza e il contagio è entrato: quel giorno tutti siamo rimasti sconvolti, increduli che stesse capitando anche a noi.
L’abbiamo aspettata questa giornata anche da dietro le nostre tute, da dietro le mascherine, continuando ad essere uniti e forti per garantire la cura e il benessere di tutti quelli affidati a noi, tanto fragili e bisognosi di cura e protezione. Non sono mancati i sorrisi, non è mancata la stanchezza.
E finalmente questo giorno è arrivato: oggi è il giorno del vaccino a Villa Paola. Lo abbiamo chiamato il Vax Day perché possa essere un punto di svolta, un nuovo inizio. Oggi ci siamo svegliati pensando che questo passo ci permetterà di riconquistare, per tutti, sorrisi e abbracci.
È un passo che facciamo in modo responsabile e libero.
Lo facciamo per noi e per gli altri.
Lo abbiamo aspettato a lungo e adesso guardiamo avanti.

L’alba stamattina ha un nuovo colore su Villa Paola. Abbiamo atteso a lungo questa giornata e quello che ci porterà. E siamo pronti.

L’abbiamo aspettata da quando è iniziata la pandemia senza che il Covid entrasse a Villa Paola per lunghi mesi. Ci siamo sentiti un’isola felice, un porto sicuro per gli utenti e per tutto il personale. Una residenza per anziani durante la pandemia era un luogo di resistenza e noi abbiamo resistito.

Lo abbiamo fatto fino alla fine di dicembre 2020 quando l’invasore ha superato la nostra resistenza e il contagio è entrato: quel giorno tutti siamo rimasti sconvolti, increduli che stesse capitando anche a noi.

L’abbiamo aspettata questa giornata anche da dietro le nostre tute, da dietro le mascherine, continuando ad essere uniti e forti per garantire la cura e il benessere di tutti quelli affidati a noi, tanto fragili e bisognosi di cura e protezione. Non sono mancati i sorrisi, non è mancata la stanchezza.

E finalmente questo giorno è arrivato: oggi è il giorno del vaccino a Villa Paola. Lo abbiamo chiamato il Vax Day perché possa essere un punto di svolta, un nuovo inizio. Oggi ci siamo svegliati pensando che questo passo ci permetterà di riconquistare, per tutti, sorrisi e abbracci.

È un passo che facciamo in modo responsabile e libero.

Lo facciamo per noi e per gli altri.

Lo abbiamo aspettato a lungo e adesso guardiamo avanti.

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UNA VOCE CONOSCIUTA

Questa storia ci è stata raccontata da Monica Tomirotti,
Residenza Sanitaria Assistenziale Ducale - Borgo Mantovano (MN)

Voce narrante di Diana Ligue Denis,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Nel mese di dicembre 2020, all’interno della RSA Ducale, molti ospiti e molti operatori si sono ammalati di Covid. Gli operatori sono stati a lungo assenti dal lavoro e per fare fronte alla situazione abbiamo avuto bisogno di altro personale che, da altre strutture, è venuto a supportarci. I colleghi erano sconosciuti ai nostri ospiti e si presentavano per la prima volta completamente protetti dalle tute e dalle maschere.
Anche noi eravamo del tutto bardati e dovevamo mantenere la giusta distanza.
I nostri ospiti, quelli rimasti in RSA, avevano lo sguardo perso, erano ammalati anche loro e passavano tutto il loro tempo nelle stanze senza contatti né con i parenti né con gli altri ospiti.
Ricordo il loro bisogno di vicinanza, di avere una mano conosciuta da stringere.
Un giorno una nostra operatrice è tornata dopo la sua guarigione ed è passata a salutare gli ospiti. Quando è arrivata nella stanza del Signor Marco. era irriconoscibile poiché era completamente bardata. Lo ha salutato ad alta voce chiamandolo per nome e lui ha riconosciuto subito la sua voce e ha voluto avvicinarsi e abbracciarla. Ricordo che piangeva nell’abbraccio.
In certi momenti così difficili anche una voce conosciuta serve a riscaldare il cuore.

Nel mese di dicembre 2020, all’interno della RSA Ducale, molti ospiti e molti operatori si sono ammalati di Covid. Gli operatori sono stati a lungo assenti dal lavoro e per fare fronte alla situazione abbiamo avuto bisogno di altro personale che, da altre strutture, è venuto a supportarci. I colleghi erano sconosciuti ai nostri ospiti e si presentavano per la prima volta completamente protetti dalle tute e dalle maschere.

Anche noi eravamo del tutto bardati e dovevamo mantenere la giusta distanza.

I nostri ospiti, quelli rimasti in RSA, avevano lo sguardo perso, erano ammalati anche loro e passavano tutto il loro tempo nelle stanze senza contatti né con i parenti né con gli altri ospiti.

Ricordo il loro bisogno di vicinanza, di avere una mano conosciuta da stringere.

Un giorno una nostra operatrice è tornata dopo la sua guarigione ed è passata a salutare gli ospiti. Quando è arrivata nella stanza del Signor Marco. era irriconoscibile poiché era completamente bardata. Lo ha salutato ad alta voce chiamandolo per nome e lui ha riconosciuto subito la sua voce e ha voluto avvicinarsi e abbracciarla. Ricordo che piangeva nell’abbraccio.

In certi momenti così difficili anche una voce conosciuta serve a riscaldare il cuore.

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TANTI AUGURI A TE

Questa storia ci è stata raccontata da Enrica Pini,
Servizi scolastici Maranello (MO)

Voce narrante di Valentina Cherubini,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

“Tanti auguri a te, tanti auguri a te”. Quante volte vi è capitato che qualcuno lo cantasse per voi? Quante volte, davanti a una torta colorata e a qualche candelina, vi hanno scattato una foto mentre gli amici o la vostra famiglia accennavano qualche nota? Eravate in casa o forse in un bel giardino pieno di palloncini ed era certamente il vostro compleanno! Magari ci saranno stati anche dei regali e sarà stato un bel momento, un bel ricordo da portare con voi; almeno lo spero!
Ma a nessuno, credo, potrà essere accaduto di ricevere in dono questa canzone quando meno te lo aspetti come è accaduto a me!
Non c’erano torte, né palloncini: infatti eravamo nel bagno della scuola dove lavoravo e, mentre il bimbo di cui mi occupavo come educatrice si lavava le mani, io guardavo il pavimento, il pavimento del bagno, intenta ad allacciarmi una scarpa.
Ed è stato in quel momento che ho sentito quelle parole… “Tanti auguri a te, tanti auguri a te”. Chi poteva essere a cantare e, soprattutto, di chi era quella voce sconosciuta?
E perché, penserete voi, invece di scoppiare a ridere sono quasi svenuta e sono subito corsa a cercare testimoni? In fondo era solo un bimbo che cantava una vecchia canzoncina...Sì, perché il bimbo che sorridendo cantava, era proprio lui, quello che era vicino a me e di cui non avevo riconosciuto la voce (non sapevo nemmeno che avesse una voce), e proprio lui, invece di lavarsi le mani, continuava a cantare e non avrebbe dovuto saper cantare, non avrebbe nemmeno potuto! O forse sì?
Erano quattro anni che cantavo io per lui; per distrarlo, per calmarlo nelle burrasche, per farlo divertire: bastava la mia voce, la mia bella voce, e lui, un bimbo di 9 anni con autismo non verbale con il quale trascorrevo 29 ore alla settimana, cedeva alla mia musica!
E adesso, all’improvviso e dentro un bagno, lui cantava per me. E non era nemmeno il mio compleanno!
Inerme, spiazzata, praticamente in paradiso!
Mi sa che a voi un “tanti auguri a te” così speciale non lo hanno mai cantato, vero?

“Tanti auguri a te, tanti auguri a te”. Quante volte vi è capitato che qualcuno lo cantasse per voi? Quante volte, davanti a una torta colorata e a qualche candelina, vi hanno scattato una foto mentre gli amici o la vostra famiglia accennavano qualche nota? Eravate in casa o forse in un bel giardino pieno di palloncini ed era certamente il vostro compleanno! Magari ci saranno stati anche dei regali e sarà stato un bel momento, un bel ricordo da portare con voi; almeno lo spero!

Ma a nessuno, credo, potrà essere accaduto di ricevere in dono questa canzone quando meno te lo aspetti come è accaduto a me!

Non c’erano torte, né palloncini: infatti eravamo nel bagno della scuola dove lavoravo e, mentre il bimbo di cui mi occupavo come educatrice si lavava le mani, io guardavo il pavimento, il pavimento del bagno, intenta ad allacciarmi una scarpa.

Ed è stato in quel momento che ho sentito quelle parole… “Tanti auguri a te, tanti auguri a te”. Chi poteva essere a cantare e, soprattutto, di chi era quella voce sconosciuta?

E perché, penserete voi, invece di scoppiare a ridere sono quasi svenuta e sono subito corsa a cercare testimoni? In fondo era solo un bimbo che cantava una vecchia canzoncina...Sì, perché il bimbo che sorridendo cantava, era proprio lui, quello che era vicino a me e di cui non avevo riconosciuto la voce (non sapevo nemmeno che avesse una voce), e proprio lui, invece di lavarsi le mani, continuava a cantare e non avrebbe dovuto saper cantare, non avrebbe nemmeno potuto! O forse sì?

Erano quattro anni che cantavo io per lui; per distrarlo, per calmarlo nelle burrasche, per farlo divertire: bastava la mia voce, la mia bella voce, e lui, un bimbo di 9 anni con autismo non verbale con il quale trascorrevo 29 ore alla settimana, cedeva alla mia musica!

E adesso, all’improvviso e dentro un bagno, lui cantava per me. E non era nemmeno il mio compleanno!

Inerme, spiazzata, praticamente in paradiso!

Mi sa che a voi un “tanti auguri a te” così speciale non lo hanno mai cantato, vero?

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SCINTILLE AL CENTRO DIURNO

Questa storia ci è stata raccontata da Rosanna Ramella,
Centro Diurno Integrato Papa Giovanni XXIII - Trescore Balneario (BG)

Voce narrante di Diana Ligue Denis,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Luglio 2021.
Siamo nei primi giorni del mese e il caldo inizia a farsi sentire e inizia anche a scaldare gli animi all’interno del Centro Diurno di Trescore Balneario dove lavoro come OSS.
Tra gli ospiti spicca la signora Linda, una donna estremamente meticolosa, precisa sia quando fa qualcosa, sia quando parla. Si presenta sempre vestita in maniera elegante. Racconta di aver vissuto una vita mondana, fatta di teatri e viaggi al fianco del marito.
La signora Linda non ha legato per niente con la signora Augusta, una donna tranquilla e semplice che ha vissuto sempre nel suo paese, lavorando molto e dedicandosi soprattutto alla preghiera e alla fede.
Questi ultimi argomenti sono la scintilla, nel caldo di luglio, che fa divampare grandi diverbi tra loro perché la signora Linda ha idee molto precise anche sulla religione, idee molto diverse da quelle della signora Augusta.
Oggi la scintilla è diventata un incendio vero e proprio a causa di una messa da seguire in televisione: Augusta vorrebbe ascoltarla e Linda non è per niente d’accordo. Da questa divergenza il dibattito si è riacceso sulle loro diverse opinioni.
Ed ecco che interveniamo noi operatori: cosa fare per calmare gli animi e raffreddare l’atmosfera? Pensiamo di provare con della buona musica e in particolare con il tango argentino che piace ad entrambe e la cosa funziona.
La pace è fatta: la signora Linda ha appena invitato la signora Augusta a ballare e tutto sembra andare bene in questo caldo inizio di luglio.

Luglio 2021.

Siamo nei primi giorni del mese e il caldo inizia a farsi sentire e inizia anche a scaldare gli animi all’interno del Centro Diurno di Trescore Balneario dove lavoro come OSS.

Tra gli ospiti spicca la signora Linda, una donna estremamente meticolosa, precisa sia quando fa qualcosa, sia quando parla. Si presenta sempre vestita in maniera elegante. Racconta di aver vissuto una vita mondana, fatta di teatri e viaggi al fianco del marito.

La signora Linda non ha legato per niente con la signora Augusta, una donna tranquilla e semplice che ha vissuto sempre nel suo paese, lavorando molto e dedicandosi soprattutto alla preghiera e alla fede.

Questi ultimi argomenti sono la scintilla, nel caldo di luglio, che fa divampare grandi diverbi tra loro perché la signora Linda ha idee molto precise anche sulla religione, idee molto diverse da quelle della signora Augusta.

Oggi la scintilla è diventata un incendio vero e proprio a causa di una messa da seguire in televisione: Augusta vorrebbe ascoltarla e Linda non è per niente d’accordo. Da questa divergenza il dibattito si è riacceso sulle loro diverse opinioni.

Ed ecco che interveniamo noi operatori: cosa fare per calmare gli animi e raffreddare l’atmosfera? Pensiamo di provare con della buona musica e in particolare con il tango argentino che piace ad entrambe e la cosa funziona.

La pace è fatta: la signora Linda ha appena invitato la signora Augusta a ballare e tutto sembra andare bene in questo caldo inizio di luglio.

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RACCONTI

Questa storia ci è stata raccontata da Stefano Bellinelli,
Centro Diurno Integrato Sereno - Paratico (BS)

Voce narrante di Sergio Paludetti,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Ognuno dei nostri utenti è storia, ogni minuto passato con loro diventa un racconto, tutti i loro sguardi sono emozioni di vita passata che diventano memorie del centro diurno.
Lucia è nata in Val Camonica. È vedova. Suo figlio non vuole più avere rapporti con lei. Lucia sa che è a causa del rapporto difficile con la nuora e si tormenta per proporre una soluzione, per vederlo di nuovo, ma non potrebbe sopportare un nuovo rifiuto.
Amelia ha un carattere spigoloso, non finisce mai di raccontarsi: lei che non ha fatto le scuole, lei che ha sempre lavorato nei campi, lei che ha conosciuto la vera povertà. Il suo tono di voce, marcato ed acuto, quasi infastidisce il resto del gruppo. Eppure Amelia riesce a farci capire quanto è orgogliosa del suo vissuto, nonostante le difficoltà dovute alla povertà, al duro lavoro, ai figli che non arrivavano.
Sandro è un grande lavoratore, propositivo e volenteroso, si impegna in tutto e non smetterebbe mai di “fare”. I suoi problemi fisici non lo fermano e nonostante alcune limitazioni si impegna per migliorare o mantenere quel che gli rimane. Quando Sandro parla della moglie defunta le lacrime gli riempiono gli occhi; lacrime che rivelano quanto quest’uomo distinto sia anche intelligente e sensibile.
Lucia al centro diurno trova un luogo per svagare i pensieri anche se il dolore è grande, anche se il suo cuore è ormai spezzato. Le resta un altro figlio che si occupa di lei, che pensa a tutto e si impegna per starle accanto e colmare quel vuoto.
Amelia racconta anche della sua più grande gioia: l’adozione di una ragazza tanto amata che l’ha ripagata di tutta la sofferenza. Per il resto non ha più voglia di impegnarsi in qualcosa, lei che ha sempre lavorato troppo…
Sandro non è solo, vive con la figlia e un nipotino di cui è molto orgoglioso. Dice sempre che il piccolo Samuele è la ragione del suo sorriso e il suo più grande sostegno: quando porta a casa i suoi lavoretti c’è lui ad aspettarlo per dirgli: - Che bravo che sei, nonno! -

Ognuno dei nostri utenti è storia, ogni minuto passato con loro diventa un racconto, tutti i loro sguardi sono emozioni di vita passata che diventano memorie del centro diurno.

Lucia è nata in Val Camonica. È vedova. Suo figlio non vuole più avere rapporti con lei. Lucia sa che è a causa del rapporto difficile con la nuora e si tormenta per proporre una soluzione, per vederlo di nuovo, ma non potrebbe sopportare un nuovo rifiuto.

Amelia ha un carattere spigoloso, non finisce mai di raccontarsi: lei che non ha fatto le scuole, lei che ha sempre lavorato nei campi, lei che ha conosciuto la vera povertà. Il suo tono di voce, marcato ed acuto, quasi infastidisce il resto del gruppo. Eppure Amelia riesce a farci capire quanto è orgogliosa del suo vissuto, nonostante le difficoltà dovute alla povertà, al duro lavoro, ai figli che non arrivavano.

Sandro è un grande lavoratore, propositivo e volenteroso, si impegna in tutto e non smetterebbe mai di “fare”. I suoi problemi fisici non lo fermano e nonostante alcune limitazioni si impegna per migliorare o mantenere quel che gli rimane. Quando Sandro parla della moglie defunta le lacrime gli riempiono gli occhi; lacrime che rivelano quanto quest’uomo distinto sia anche intelligente e sensibile.

Lucia al centro diurno trova un luogo per svagare i pensieri anche se il dolore è grande, anche se il suo cuore è ormai spezzato. Le resta un altro figlio che si occupa di lei, che pensa a tutto e si impegna per starle accanto e colmare quel vuoto.

Amelia racconta anche della sua più grande gioia: l’adozione di una ragazza tanto amata che l’ha ripagata di tutta la sofferenza. Per il resto non ha più voglia di impegnarsi in qualcosa, lei che ha sempre lavorato troppo…

Sandro non è solo, vive con la figlia e un nipotino di cui è molto orgoglioso. Dice sempre che il piccolo Samuele è la ragione del suo sorriso e il suo più grande sostegno: quando porta a casa i suoi lavoretti c’è lui ad aspettarlo per dirgli: - Che bravo che sei, nonno! -

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MEMORIE SONORE

Questa storia ci è stata raccontata da Francesca Nannoni,
Residenza Sanitaria Disabili Villa Donini - Bologna

Voce narrante di Sergio Paludetti,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

I muri delle case da sempre conservano la memoria sonora di chi le ha abitate e Villa Donini non fa eccezione. Se fate silenzio e vi disponete all’ascolto, potrete ancora sentire le prime parole di Domenico bambino. Erano le sole parole che usava ancora, “pappa” e “mamma”; le altre, quelle nuove, erano fatte solo di consonanti ma bastavano per farsi capire, insieme alle risate, ai gesti e agli sguardi.
Eppure Domenico era fatto di suoni e da sotto il suo braccio uscivano canzoni. I muri di Villa Donini erano abituati al crepitio delle manopole della radiolina di Domenico. Le girava e rigirava fino a trovare la canzone giusta rintanato in un nascondiglio noto solo a lui, perché tanto le case, i segreti, non li rivelano mai.
Non era mai uscito Domenico da Villa Donini, ma ogni tanto la sua radio si rompeva cadendo e anche quello è un rumore di cui ora resta il ricordo. E una volta allora pensammo che la promessa di una radio e della sua musica da portare di nuovo sottobraccio sarebbero state abbastanza per provare a farlo uscire, anche se i rumori della città non erano poi così belli e piacevoli; ma il mare... il mare valeva il viaggio.
E infatti, dopo un viaggio difficile, davanti al mare lui, il nostro uomo ancora bambino, il nostro rumoroso “allarme pericolo” è rimasto in silenzio. E noi, il rumore del mare e quel silenzio di Domenico, non li scorderemo mai.
Avremmo avuto bisogno di altro tempo per andare a scoprire il mondo e portare i “nostri” suoni in giro, ma è sceso il silenzio da quando il Covid ha tolto la voce al nostro Domenico.
Se provate, col cuore aperto, ad ascoltarla, villa Donini, risuona ancora delle sue memorie e se suonate il campanello a noi potrebbe sembrare che il nostro “allarme pericolo” torni a farsi sentire.

I muri delle case da sempre conservano la memoria sonora di chi le ha abitate e Villa Donini non fa eccezione. Se fate silenzio e vi disponete all’ascolto, potrete ancora sentire le prime parole di Domenico bambino. Erano le sole parole che usava ancora, “pappa” e “mamma”; le altre, quelle nuove, erano fatte solo di consonanti ma bastavano per farsi capire, insieme alle risate, ai gesti e agli sguardi.

Eppure Domenico era fatto di suoni e da sotto il suo braccio uscivano canzoni. I muri di Villa Donini erano abituati al crepitio delle manopole della radiolina di Domenico. Le girava e rigirava fino a trovare la canzone giusta rintanato in un nascondiglio noto solo a lui, perché tanto le case, i segreti, non li rivelano mai.

Non era mai uscito Domenico da Villa Donini, ma ogni tanto la sua radio si rompeva cadendo e anche quello è un rumore di cui ora resta il ricordo. E una volta allora pensammo che la promessa di una radio e della sua musica da portare di nuovo sottobraccio sarebbero state abbastanza per provare a farlo uscire, anche se i rumori della città non erano poi così belli e piacevoli; ma il mare... il mare valeva il viaggio.

E infatti, dopo un viaggio difficile, davanti al mare lui, il nostro uomo ancora bambino, il nostro rumoroso “allarme pericolo” è rimasto in silenzio. E noi, il rumore del mare e quel silenzio di Domenico, non li scorderemo mai.

Avremmo avuto bisogno di altro tempo per andare a scoprire il mondo e portare i “nostri” suoni in giro, ma è sceso il silenzio da quando il Covid ha tolto la voce al nostro Domenico.

Se provate, col cuore aperto, ad ascoltarla, villa Donini, risuona ancora delle sue memorie e se suonate il campanello a noi potrebbe sembrare che il nostro “allarme pericolo” torni a farsi sentire.

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IL PASSAGGIO

Questa storia ci è stata raccontata da Francesca Gambini,
Nido d’infanzia Il Girotondo - Fidenza (PR)

Voce narrante di Valentina Cherubini,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Caro Paolo,
tu non puoi certo saperlo, ma la parte migliore del nostro lavoro sta tutto nei passaggi.
Il primo di cui sei stato protagonista è stato quando la tua mamma, durante il colloquio per l’inserimento al nido, mi ha permesso di intravedere le sue paure nel lasciarti per la prima volta. Tu, che non stavi nemmeno col tuo papà e che non riuscivi a staccarti dalle gambe di una mamma che era il tuo universo, con gli occhi iniziavi ad esplorarmi, ad accettare la sfida di conquistare un mondo fatto di altre persone tutto nuovo e ricco di emozioni.
Abbracciare quello sguardo e quella diffidenza è stato il primo passo verso di te; la tua manina ha lasciato quella della tua mamma e tutto è iniziato.
E poi ci sono stati i passaggi dalle difficoltà ai primi traguardi, dai momenti turbolenti agli sguardi che bastano a calmare anche a distanza. Ti sei conquistato grandi spazi di indipendenza e importanti progressi.  Ci sono stati anche momenti di sconforto per me; è stata dura, sai? Ma siamo quasi arrivati dall’altra parte di questi tre anni di un grande lavoro di squadra.
Caro Paolo, dico “quasi arrivati” perché mi piacerebbe dire che il passaggio finale alla “scuola dei grandi”, quello che tutti aspettavamo per poter accompagnarti e sostenerti, quello che mi faceva pensare che era andato tutto bene perché eri veramente pronto, è stato interrotto dalla pandemia del 2020…
Il nostro legame con te, con la tua famiglia e con gli altri bambini si è spezzato e il tuo passaggio alla scuola dei grandi è avvenuto senza di noi.
Oggi sono di nuovo al nido, alle prese con i piccoli appena arrivati e ormai inseriti, e sono sicura che da qualche parte ci sono dei grandi occhi curiosi e profondi che stanno sorridendo alla nuova avventura!
Continua a fare passi da gigante, Paolo, conquista il mondo!
La tua tata.

Caro Paolo,

tu non puoi certo saperlo, ma la parte migliore del nostro lavoro sta tutto nei passaggi.

Il primo di cui sei stato protagonista è stato quando la tua mamma, durante il colloquio per l’inserimento al nido, mi ha permesso di intravedere le sue paure nel lasciarti per la prima volta. Tu, che non stavi nemmeno col tuo papà e che non riuscivi a staccarti dalle gambe di una mamma che era il tuo universo, con gli occhi iniziavi ad esplorarmi, ad accettare la sfida di conquistare un mondo fatto di altre persone tutto nuovo e ricco di emozioni.

Abbracciare quello sguardo e quella diffidenza è stato il primo passo verso di te; la tua manina ha lasciato quella della tua mamma e tutto è iniziato.

E poi ci sono stati i passaggi dalle difficoltà ai primi traguardi, dai momenti turbolenti agli sguardi che bastano a calmare anche a distanza. Ti sei conquistato grandi spazi di indipendenza e importanti progressi.  Ci sono stati anche momenti di sconforto per me; è stata dura, sai? Ma siamo quasi arrivati dall’altra parte di questi tre anni di un grande lavoro di squadra.

Caro Paolo, dico “quasi arrivati” perché mi piacerebbe dire che il passaggio finale alla “scuola dei grandi”, quello che tutti aspettavamo per poter accompagnarti e sostenerti, quello che mi faceva pensare che era andato tutto bene perché eri veramente pronto, è stato interrotto dalla pandemia del 2020…

Il nostro legame con te, con la tua famiglia e con gli altri bambini si è spezzato e il tuo passaggio alla scuola dei grandi è avvenuto senza di noi.

Oggi sono di nuovo al nido, alle prese con i piccoli appena arrivati e ormai inseriti, e sono sicura che da qualche parte ci sono dei grandi occhi curiosi e profondi che stanno sorridendo alla nuova avventura!

Continua a fare passi da gigante, Paolo, conquista il mondo!

La tua tata.

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DIARIO DI UNA COORDINATRICE

Questa storia ci è stata raccontata da Mariella Ronga,
Area Infanzia

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Settembre 2010
In questi giorni al lavoro va tutto bene; lavoro sempre a Modena alla scuola dell’Infanzia. È un lavoro che faccio con soddisfazione. Sono un’insegnante e mi piace.
Ottobre 2010
Oggi ho spulciato il sito dell’Informagiovani di Modena. Una cooperativa di Bologna, la Dolce, cerca personale. Il ruolo sarebbe quello di coordinatore. Sono tentata ma ho tanti dubbi: è un ruolo così diverso da quello che svolgo ora. Dovrei lasciare l’incarico a scuola che mi dà certezze per un mondo tutto nuovo... Devo pensarci ancora un po’ sopra, anche se il mio istinto mi dice di tentare!
Novembre 2010
Sono andata al primo colloquio per il lavoro in Dolce e poi anche al secondo. Ho avuto il lavoro; mi hanno selezionata per diventare coordinatrice e io ho accettato. Vedo chiaramente davanti a me le opportunità di crescita che mi si offrono. Penso che la mia professionalità si arricchirà di esperienze. Sto imparando a conoscere lo staff di lavoro con cui dovrò interfacciarmi. Mi sono buttata per curiosità e adesso inizia l’avventura!
——
Novembre 2021
Stasera incontrerò un nuovo gruppo di lavoro. Saranno emozionati, incerti; magari qualcuno di loro si chiederà se ha fatto la scelta giusta.
Dopo 11 anni di esperienza come coordinatore in società Dolce non dimentico che il mio inizio è partito dalla sensazione che quello che stavo scegliendo per me era anche giusto. E adesso, dopo tante esperienze, vicende, complicazioni e anche dopo questi due anni di pandemia che ci hanno coinvolto e complicato la vita professionale e personale, grazie anche all’aiuto di quelli che lavorano con me, posso affermare con certezza che nella vita bisogna “fidarsi di se stessi”, di quello che ci sembra corretto.
Chi può saperlo meglio di noi che nell’accogliere le famiglie chiediamo loro di “fidarsi” nel lasciarci i loro figli?
Glielo racconterò stasera e spero che anche la loro sarà una bella storia.

Settembre 2010

In questi giorni al lavoro va tutto bene; lavoro sempre a Modena alla scuola dell’Infanzia. È un lavoro che faccio con soddisfazione. Sono un’insegnante e mi piace.

Ottobre 2010

Oggi ho spulciato il sito dell’Informagiovani di Modena. Una cooperativa di Bologna, la Dolce, cerca personale. Il ruolo sarebbe quello di coordinatore. Sono tentata ma ho tanti dubbi: è un ruolo così diverso da quello che svolgo ora. Dovrei lasciare l’incarico a scuola che mi dà certezze per un mondo tutto nuovo... Devo pensarci ancora un po’ sopra, anche se il mio istinto mi dice di tentare!

Novembre 2010

Sono andata al primo colloquio per il lavoro in Dolce e poi anche al secondo. Ho avuto il lavoro; mi hanno selezionata per diventare coordinatrice e io ho accettato. Vedo chiaramente davanti a me le opportunità di crescita che mi si offrono. Penso che la mia professionalità si arricchirà di esperienze. Sto imparando a conoscere lo staff di lavoro con cui dovrò interfacciarmi. Mi sono buttata per curiosità e adesso inizia l’avventura!

——

Novembre 2021

Stasera incontrerò un nuovo gruppo di lavoro. Saranno emozionati, incerti; magari qualcuno di loro si chiederà se ha fatto la scelta giusta.

Dopo 11 anni di esperienza come coordinatore in società Dolce non dimentico che il mio inizio è partito dalla sensazione che quello che stavo scegliendo per me era anche giusto. E adesso, dopo tante esperienze, vicende, complicazioni e anche dopo questi due anni di pandemia che ci hanno coinvolto e complicato la vita professionale e personale, grazie anche all’aiuto di quelli che lavorano con me, posso affermare con certezza che nella vita bisogna “fidarsi di se stessi”, di quello che ci sembra corretto.

Chi può saperlo meglio di noi che nell’accogliere le famiglie chiediamo loro di “fidarsi” nel lasciarci i loro figli?

Glielo racconterò stasera e spero che anche la loro sarà una bella storia.

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CREATIVITÀ EDUCATIVA

Questa storia ci è stata raccontata da Mariarosa Amato,
Comunità di accoglienza Casa Birba - Bologna

Voce narrante di Diana Ligue Denis,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Non crediate sia facile avere vent’anni ed essere un’educatrice senza essere attenta alle parole e senza guardare ogni cosa attraverso una prospettiva creativa.
Quando ci penso mi sembra così chiaro: le parole sono importanti, ma non sempre sono abbastanza per raccontare il mio lavoro e le emozioni che coinvolgono e a volte confondono.
Ho dovuto quindi allargare i miei orizzonti, andare oltre le scelte offerte dall’Accademia della Crusca, sorvolare la Treccani, anzi anticiparla.
Nel mio personale “vocabolario emotivo” le parole devono essere più dense e allora, quando quelle a disposizione non sono adeguate, io le sostituisco con ragionata attenzione e le utilizzo in maniera appunto “creatrice”!
Prendete, per esempio, la parola “COMPLESSO”: al suo significato di “insieme e totalità” si sovrappone quello di “complicato e difficile” e, al momento opportuno, un’audace educatrice ventenne può decidere di sfoderare una scelta alternativa.
L’occasione è adeguata: inverno, una riunione al gran completo con l’équipe, non manca nemmeno un ospite d’onore: il coordinatore di settore.
Il confronto si fa serrato, l’atmosfera è seria: si studiano strategie, si progettano interventi differenziati, ci si confronta sulle esigenze degli utenti. L’educatrice creativa sceglie con buona tempistica l’attimo per esordire con la nuova proposta linguistica e la sua frase si propaga nella sala: - Beh, nell’AMPLESSO io penso che… -
Alle novità qualcuno reagisce con silenzioso stupore, qualcuno sogghigna e altri ridono apertamente del visionario.
Se controllate sul sito della Crusca la mia proposta di modifica non è stata ancora accolta, ma noi educatrici creative non ci arrendiamo mai e sappiamo attendere!

Non crediate sia facile avere vent’anni ed essere un’educatrice senza essere attenta alle parole e senza guardare ogni cosa attraverso una prospettiva creativa.

Quando ci penso mi sembra così chiaro: le parole sono importanti, ma non sempre sono abbastanza per raccontare il mio lavoro e le emozioni che coinvolgono e a volte confondono.

Ho dovuto quindi allargare i miei orizzonti, andare oltre le scelte offerte dall’Accademia della Crusca, sorvolare la Treccani, anzi anticiparla.

Nel mio personale “vocabolario emotivo” le parole devono essere più dense e allora, quando quelle a disposizione non sono adeguate, io le sostituisco con ragionata attenzione e le utilizzo in maniera appunto “creatrice”!

Prendete, per esempio, la parola “COMPLESSO”: al suo significato di “insieme e totalità” si sovrappone quello di “complicato e difficile” e, al momento opportuno, un’audace educatrice ventenne può decidere di sfoderare una scelta alternativa.

L’occasione è adeguata: inverno, una riunione al gran completo con l’équipe, non manca nemmeno un ospite d’onore: il coordinatore di settore.

Il confronto si fa serrato, l’atmosfera è seria: si studiano strategie, si progettano interventi differenziati, ci si confronta sulle esigenze degli utenti. L’educatrice creativa sceglie con buona tempistica l’attimo per esordire con la nuova proposta linguistica e la sua frase si propaga nella sala: - Beh, nell’AMPLESSO io penso che… -

Alle novità qualcuno reagisce con silenzioso stupore, qualcuno sogghigna e altri ridono apertamente del visionario.

Se controllate sul sito della Crusca la mia proposta di modifica non è stata ancora accolta, ma noi educatrici creative non ci arrendiamo mai e sappiamo attendere!

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I GIORNI CONTANO

Questa storia ci è stata raccontata da Emanuele Vecchione,
Centro Diurno Anziani Bice Leoni - Parma

Voce narrante di Sergio Paludetti,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Quando la scorsa estate i Centri diurni per anziani hanno riaperto le porte dopo il lungo lockdown dovuto al Covid, l’emozione di tutti è stata grande.
Non tutto era come prima, però, c’era molta attenzione per le procedure da adottare per la sicurezza di tutti. Tra distanziamenti, mascherine, percorsi indicati, pareva di essere in aeroporto.
Eravamo all’ingresso del Centro e aspettavamo con gioia l’arrivo del primo pullmino. Eccolo, arriva. Scende Luisa e la prima cosa che ci dice è “174!”. “Che significa?” chiede l’operatore? “174! I giorni in cui siete stati chiusi. Io non vedevo l’ora che riapriste”.
Alla tensione e alla preoccupazione è subentrata una gran soddisfazione. La nostra fatica per riaprire in sicurezza era stata necessaria per i nostri anziani e quel primo giorno è stato un giorno di festa.
Ho detto a Luisa che avrei raccontato questa storia perché fosse pubblicata sul sito e lei ha risposto: “385. Sono i giorni dalla riapertura”. Perché i giorni contano e sono un contenitore che spetta a noi riempire di significato.

Quando la scorsa estate i Centri diurni per anziani hanno riaperto le porte dopo il lungo lockdown dovuto al Covid, l’emozione di tutti è stata grande.

Non tutto era come prima, però, c’era molta attenzione per le procedure da adottare per la sicurezza di tutti. Tra distanziamenti, mascherine, percorsi indicati, pareva di essere in aeroporto.

Eravamo all’ingresso del Centro e aspettavamo con gioia l’arrivo del primo pullmino. Eccolo, arriva. Scende Luisa e la prima cosa che ci dice è “174!”. “Che significa?” chiede l’operatore? “174! I giorni in cui siete stati chiusi. Io non vedevo l’ora che riapriste”.

Alla tensione e alla preoccupazione è subentrata una gran soddisfazione. La nostra fatica per riaprire in sicurezza era stata necessaria per i nostri anziani e quel primo giorno è stato un giorno di festa.

Ho detto a Luisa che avrei raccontato questa storia perché fosse pubblicata sul sito e lei ha risposto: “385. Sono i giorni dalla riapertura”. Perché i giorni contano e sono un contenitore che spetta a noi riempire di significato.

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UNA DELLE COSE BELLE

Questa storia ci è stata raccontata da Donatella Forlenza,
Area Centro

Voce narrante di Valentina Cherubini,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Una delle cose belle dei miei anni di lavoro sono i volti e le mani dei bambini.
In particolare, i loro occhi sorridenti e scintillanti, occhi divertiti quando sbuco da dietro una porta dopo aver bussato forte con le nocche, le loro bocche aperte mentre racconto una storia, colorate dopo aver usato i pennarelli o aver mangiato la pasta al pomodoro. Ma anche le loro tenere manine quando fanno ciao-ciao, le voci curiose quando mi chiedono "dove vai dada?", i capelli arruffati quando si alzano dopo la nanna, o raccolti in piccole treccine, codine, sostenuti da colorate mollette e divertenti fermagli. E i nasini piccoli, perfetti, da pulire delicatamente, la loro pelle delicata, morbidissima, profumata, bianca, nera, sacra, candida, intatta, che ti racconta della loro famiglia, la loro storia.
Non saprei dire se ho visto più occhi chiari o scuri, grandi o piccoli, neri o marroni, verdi o azzurri, quante mani ho guardato intente a stringere un cucchiaio, o sotto il getto dell'acqua per insaponarsi l'una con l'altra e a schizzare l'acqua nel lavandino. E quante mani ho visto protese ad indicare qualcosa, per aiutarsi con il non verbale, oppure strette alle corde, nelle passeggiate lungo le vie del paese.
Ho sempre chiamato i bambini col loro nome e cognome, ma ho imparato molto osservando i loro visi rotondi, furbi, addormentati, adorabili, assonnati, attenti, birichini, curiosi, dolci, sereni. Attraverso di loro mi sono guardata allo specchio, ho sognato ad occhi aperti, ho immaginato la mia infanzia che ricordo poco e solo attraverso vecchie foto, o racconti diventati ormai favole antiche.
Guardando i bambini ho conosciuto la strada della crescita e della pienezza umana, ho ascoltato il tintinnio di nuove voci e immaginato il futuro attraverso i loro meravigliati occhi, ho meditato a lungo su ogni cosa.
Con loro, giorno dopo giorno, ho imparato a guardare in profondità e in lontananza, per scorgere nuovi sentieri e nuovi vie.

Una delle cose belle dei miei anni di lavoro sono i volti e le mani dei bambini.

In particolare, i loro occhi sorridenti e scintillanti, occhi divertiti quando sbuco da dietro una porta dopo aver bussato forte con le nocche, le loro bocche aperte mentre racconto una storia, colorate dopo aver usato i pennarelli o aver mangiato la pasta al pomodoro. Ma anche le loro tenere manine quando fanno ciao-ciao, le voci curiose quando mi chiedono "dove vai dada?", i capelli arruffati quando si alzano dopo la nanna, o raccolti in piccole treccine, codine, sostenuti da colorate mollette e divertenti fermagli. E i nasini piccoli, perfetti, da pulire delicatamente, la loro pelle delicata, morbidissima, profumata, bianca, nera, sacra, candida, intatta, che ti racconta della loro famiglia, la loro storia.

Non saprei dire se ho visto più occhi chiari o scuri, grandi o piccoli, neri o marroni, verdi o azzurri, quante mani ho guardato intente a stringere un cucchiaio, o sotto il getto dell'acqua per insaponarsi l'una con l'altra e a schizzare l'acqua nel lavandino. E quante mani ho visto protese ad indicare qualcosa, per aiutarsi con il non verbale, oppure strette alle corde, nelle passeggiate lungo le vie del paese.

Ho sempre chiamato i bambini col loro nome e cognome, ma ho imparato molto osservando i loro visi rotondi, furbi, addormentati, adorabili, assonnati, attenti, birichini, curiosi, dolci, sereni. Attraverso di loro mi sono guardata allo specchio, ho sognato ad occhi aperti, ho immaginato la mia infanzia che ricordo poco e solo attraverso vecchie foto, o racconti diventati ormai favole antiche.

Guardando i bambini ho conosciuto la strada della crescita e della pienezza umana, ho ascoltato il tintinnio di nuove voci e immaginato il futuro attraverso i loro meravigliati occhi, ho meditato a lungo su ogni cosa.

Con loro, giorno dopo giorno, ho imparato a guardare in profondità e in lontananza, per scorgere nuovi sentieri e nuovi vie.

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KARIM E JASON

Questa storia ci è stata raccontata da Veronica Sorgente,
Servizi socioeducativi Bologna

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Un giorno, al Centro socioeducativo 6-10 anni del Pilastro arrivò Karim, un ragazzino sovrappeso, con un atteggiamento da finto bulletto. La famiglia veniva dalla ex-Jugoslavia ed era molto problematica. Karim viveva con un padre con ritardo mentale seguito dal Servizio Disabilità Adulti, una sorella cardiopatica che frequentava le medie, un fratellino molto taciturno e i nonni paterni. La mamma era scappata dalle violenze dei genitori del marito e i bambini sapevano che era morta.
Spesso Karim indossava abiti e scarpe di taglie più grandi o più piccole e non adeguati alla stagione, spiegando che si metteva quello che trovava per casa.
Col tempo iniziò a fidarsi, si ambientò e durante le chiacchiere della merenda, momento che amava molto, a volte raccontava di sé. Un giorno ci disse che sarebbe arrivata una “nuova mamma” e che era preoccupato. Sapemmo dai servizi sociali che era una connazionale comprata dai nonni, per darla in moglie al figlio disabile.
Karim di notte guardava cassette porno lasciate dal padre nel videoregistratore e una volta a letto, nell’unica stanza dove i fratellini, il padre e la sua sposa dormivano insieme, vedeva la “nuova mamma” obbligata a fare le stesse cose che erano in quei filmati.
Un giorno Karim arrivò al Centro con atteggiamenti violenti e incontrollati con i compagni. Preso da parte, ci raccontò di avere fatto arrabbiare la nonna: “Mi ha detto che sono uno schifoso come la mia mamma. Mi ha detto che la mia mamma non è morta, l’hanno cacciata e a noi non pensa più. Ho pianto tanto, la mia mamma è da qualche parte e io vorrei trovarla”. Karim aveva un dolore profondo per la mancanza della mamma nella sua vita e diceva: “nessuno mi vuole bene e mi tratta come le mamme trattano i loro figli”.
L’anno dopo anche il fratellino Jason arrivò al centro e insieme raccontavano vissuti strazianti. Spesso non mangiavano perché nessuno preparava loro del cibo, non avevano giacconi per coprirsi, il padre picchiava la ‘nuova mamma”, urlavano e i due bambini si nascondevano sotto le coperte.
A giugno organizzammo un soggiorno al mare di una settimana.  I due fratellini erano entusiasti, a tavola dicevano “sembriamo una grande famiglia, mamma papà e tanti figli ai quali volete tanto bene”. Durante le passeggiate volevano essere presi per mano.
Una sera i bambini entrarono nella stanza dell’educatrice e le chiesero di dormire con lei, “per far finta che sei la nostra mamma”. L’educatrice spiegò loro che non si poteva, ma che voleva loro molto bene.
Karim e Jason a settembre non hanno ripreso a frequentare il centro socioeducativo. Tutta la famiglia si è trasferita in Germania, perché lì danno più soldi agli stranieri.

Un giorno, al Centro socioeducativo 6-10 anni del Pilastro arrivò Karim, un ragazzino sovrappeso, con un atteggiamento da finto bulletto. La famiglia veniva dalla ex-Jugoslavia ed era molto problematica. Karim viveva con un padre con ritardo mentale seguito dal Servizio Disabilità Adulti, una sorella cardiopatica che frequentava le medie, un fratellino molto taciturno e i nonni paterni. La mamma era scappata dalle violenze dei genitori del marito e i bambini sapevano che era morta.

Spesso Karim indossava abiti e scarpe di taglie più grandi o più piccole e non adeguati alla stagione, spiegando che si metteva quello che trovava per casa.

Col tempo iniziò a fidarsi, si ambientò e durante le chiacchiere della merenda, momento che amava molto, a volte raccontava di sé. Un giorno ci disse che sarebbe arrivata una “nuova mamma” e che era preoccupato. Sapemmo dai servizi sociali che era una connazionale comprata dai nonni, per darla in moglie al figlio disabile.

Karim di notte guardava cassette porno lasciate dal padre nel videoregistratore e una volta a letto, nell’unica stanza dove i fratellini, il padre e la sua sposa dormivano insieme, vedeva la “nuova mamma” obbligata a fare le stesse cose che erano in quei filmati.

Un giorno Karim arrivò al Centro con atteggiamenti violenti e incontrollati con i compagni. Preso da parte, ci raccontò di avere fatto arrabbiare la nonna: “Mi ha detto che sono uno schifoso come la mia mamma. Mi ha detto che la mia mamma non è morta, l’hanno cacciata e a noi non pensa più. Ho pianto tanto, la mia mamma è da qualche parte e io vorrei trovarla”. Karim aveva un dolore profondo per la mancanza della mamma nella sua vita e diceva: “nessuno mi vuole bene e mi tratta come le mamme trattano i loro figli”.

L’anno dopo anche il fratellino Jason arrivò al centro e insieme raccontavano vissuti strazianti. Spesso non mangiavano perché nessuno preparava loro del cibo, non avevano giacconi per coprirsi, il padre picchiava la ‘nuova mamma”, urlavano e i due bambini si nascondevano sotto le coperte.

A giugno organizzammo un soggiorno al mare di una settimana.  I due fratellini erano entusiasti, a tavola dicevano “sembriamo una grande famiglia, mamma papà e tanti figli ai quali volete tanto bene”. Durante le passeggiate volevano essere presi per mano.

Una sera i bambini entrarono nella stanza dell’educatrice e le chiesero di dormire con lei, “per far finta che sei la nostra mamma”. L’educatrice spiegò loro che non si poteva, ma che voleva loro molto bene.

Karim e Jason a settembre non hanno ripreso a frequentare il centro socioeducativo. Tutta la famiglia si è trasferita in Germania, perché lì danno più soldi agli stranieri.

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RACCONTAMI LA TUA STORIA

Questa storia ci è stata raccontata da Silvia Piovani,
Residenza Sanitaria Assistenziale Zirotti - Sale Marasino (BS)

Voce narrante di Sergio Paludetti,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Quando è entrato nella RSA di Sale Marasino, Ubaldo aveva cent’anni, come la moglie Livia.
Era arrabbiato, aveva dovuto lasciare Milano per avvicinarsi alla figlia che vive nelle vicinanze. Si sentiva depredato della sua vita abituale e travolto dalla malattia della moglie, che lui definiva “impazzita, lei che era un genio” e che non ha voluto in camera con sé.
Un uomo intelligente, per bene, distinto e colto, scrittore di libri di poesie, laureato in ingegneria chimica, come la moglie Cavaliere della Repubblica, molto apprezzato anche all’estero, Conoscitore del francese e dell’inglese e amante del computer, Ubaldo trascorre le giornate in Rsa riportando su un foglio word le attività quotidiane: a che ora si alza, chi lo aiuta nell’igiene, chi gli somministra il pasto, chi lo aiuta ad andare a letto, chi scambia due parole con lui, chi gli regala una carezza, o un abbraccio.
Dopo la morte di Livia in RSA, Ubaldo ne parla spesso come di una leonessa, una donna fantastica, che la malattia ha trasformato in un essere irriconoscibile e spento. Gli ultimi giorni li ha trascorsi accanto a lei, tenendole la mano e quando ha smesso di respirare, singhiozzando ha ringraziato Dio per averla portata via.
Ora Ubaldo si sente stanco e desidera raggiungere Livia. Non ha paura, teme solo il dolore e l’ignoto, ma spera che la fiammella della vita si spenga presto.

Quando è entrato nella RSA di Sale Marasino, Ubaldo aveva cent’anni, come la moglie Livia.

Era arrabbiato, aveva dovuto lasciare Milano per avvicinarsi alla figlia che vive nelle vicinanze. Si sentiva depredato della sua vita abituale e travolto dalla malattia della moglie, che lui definiva “impazzita, lei che era un genio” e che non ha voluto in camera con sé.

Un uomo intelligente, per bene, distinto e colto, scrittore di libri di poesie, laureato in ingegneria chimica, come la moglie Cavaliere della Repubblica, molto apprezzato anche all’estero, Conoscitore del francese e dell’inglese e amante del computer, Ubaldo trascorre le giornate in Rsa riportando su un foglio word le attività quotidiane: a che ora si alza, chi lo aiuta nell’igiene, chi gli somministra il pasto, chi lo aiuta ad andare a letto, chi scambia due parole con lui, chi gli regala una carezza, o un abbraccio.

Dopo la morte di Livia in RSA, Ubaldo ne parla spesso come di una leonessa, una donna fantastica, che la malattia ha trasformato in un essere irriconoscibile e spento. Gli ultimi giorni li ha trascorsi accanto a lei, tenendole la mano e quando ha smesso di respirare, singhiozzando ha ringraziato Dio per averla portata via.

Ora Ubaldo si sente stanco e desidera raggiungere Livia. Non ha paura, teme solo il dolore e l’ignoto, ma spera che la fiammella della vita si spenga presto.

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LA STORIA DI GIÒ

Questa storia ci è stata raccontata da Monica Mainardi,
Comunità Alloggio La Casa degli Alberi - Gavello (RO)

Voce narrante di Dina Giuntoli e Gianni Ragno,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Questa storia l’ha scritta di suo pugno un uomo con disabilità acquisita in seguito ad un aneurisma cerebrale per abuso di sostanze psicotrope. Ha 59 anni e vive nella Comunità La Casa degli Alberi da quattro anni.
Quando mi hanno detto che sarei dovuto venire a vivere in comunità, il mio unico pensiero era “no!”, perché avevo un lavoro che mi era stato commissionato e un trasloco da fare. Il solo pensiero di dover rientrare in comunità veniva vissuto da me come una sconfitta, dopo avere già vissuto in una comunità per cinque anni, anche se per motivazioni diverse.
Il mio stato d’animo all’ingresso non era dei migliori, io tendo ad isolarmi e a diventare scontroso.  Ora un poco di anni sono passati e mi rendo conto che non avevo amici e oggi invece li ho. Non avevo un’idea precisa di come ricominciare a prendere in mano la mia vita e iniziare da dove avevo lasciato. Adesso so cosa voglio e cosa devo fare, una nuova famiglia e degli obbiettivi che spero anche con il supporto di chi mi sta vicino di poter raggiungere i miei obbiettivi e come diceva il mio amico Jim “Non ti arrendere mai, quando pensi che tutto sia finito, è il momento dove tutto può iniziare”.
G, alias Giò il maestro.

Questa storia l’ha scritta di suo pugno un uomo con disabilità acquisita in seguito ad un aneurisma cerebrale per abuso di sostanze psicotrope. Ha 59 anni e vive nella Comunità La Casa degli Alberi da quattro anni.

Quando mi hanno detto che sarei dovuto venire a vivere in comunità, il mio unico pensiero era “no!”, perché avevo un lavoro che mi era stato commissionato e un trasloco da fare. Il solo pensiero di dover rientrare in comunità veniva vissuto da me come una sconfitta, dopo avere già vissuto in una comunità per cinque anni, anche se per motivazioni diverse.

Il mio stato d’animo all’ingresso non era dei migliori, io tendo ad isolarmi e a diventare scontroso.  Ora un poco di anni sono passati e mi rendo conto che non avevo amici e oggi invece li ho. Non avevo un’idea precisa di come ricominciare a prendere in mano la mia vita e iniziare da dove avevo lasciato. Adesso so cosa voglio e cosa devo fare, una nuova famiglia e degli obbiettivi che spero anche con il supporto di chi mi sta vicino di poter raggiungere i miei obbiettivi e come diceva il mio amico Jim “Non ti arrendere mai, quando pensi che tutto sia finito, è il momento dove tutto può iniziare”.

G, alias Giò il maestro.

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LA RINASCITA

Questa storia ci è stata raccontata da Rosa Maria Fucà,
Centro Diurno Anziani Il Melograno - Bologna

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Solo il Covid-19 è riuscito a chiudere le porte del Centro diurno per anziani “Il Melograno”. Dopo anni di prestazioni, le attività di lettura del giornale, laboratorio artistico, ginnastica, scuola di lingue, feste, pranzi insieme e merende, uscite in giardino, hanno lasciato il posto allo sconforto e alla tristezza, sentimenti ed emozioni forti, che hanno sopraffatto sia gli ospiti che gli operatori.
Distanti, ma vicini, non ci siamo però mai persi.
Sono passati cinque lunghi mesi, ognuno chiuso nella propria casa, a fare i conti con la paura della malattia e con la solitudine, finché un decreto ha annunciato la riapertura. Uno spiraglio, una luce, si riparte!
All’ingresso c’era aria di festa, per quel tampone mai così atteso e dopo lo screening, nei nostri occhi che si sorridevano, si leggeva solo il desiderio di tornare nelle stanze sicure e accoglienti del Centro, per riprendere in mano il passato e le fila del futuro.
Non ci siamo mai persi, ci siamo ritrovati e finalmente siamo tronati ad essere NOI!

Solo il Covid-19 è riuscito a chiudere le porte del Centro diurno per anziani “Il Melograno”. Dopo anni di prestazioni, le attività di lettura del giornale, laboratorio artistico, ginnastica, scuola di lingue, feste, pranzi insieme e merende, uscite in giardino, hanno lasciato il posto allo sconforto e alla tristezza, sentimenti ed emozioni forti, che hanno sopraffatto sia gli ospiti che gli operatori.

Distanti, ma vicini, non ci siamo però mai persi.

Sono passati cinque lunghi mesi, ognuno chiuso nella propria casa, a fare i conti con la paura della malattia e con la solitudine, finché un decreto ha annunciato la riapertura. Uno spiraglio, una luce, si riparte!

All’ingresso c’era aria di festa, per quel tampone mai così atteso e dopo lo screening, nei nostri occhi che si sorridevano, si leggeva solo il desiderio di tornare nelle stanze sicure e accoglienti del Centro, per riprendere in mano il passato e le fila del futuro.

Non ci siamo mai persi, ci siamo ritrovati e finalmente siamo tronati ad essere NOI!

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LUCA: UN PERCORSO, UNA CRESCITA

Questa storia ci è stata raccontata da Maurizio Fisicaro,
Centro Diurno Disabili Rondine - Bologna

Voce narrante di Gianni Ragno,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Quando abbiamo accolto Luca al Centro Rondine, aveva 25 anni, tanti dubbi sulla propria identità sessuale ed un approccio estremamente provocatorio e svalutante verso gli altri.
Anche la famiglia, composta dal padre, dalla sua compagna e da un fratello minore, era per lui fonte di conflitti. La mamma era morta dopo una lunga malattia, lasciando in lui un incolmabile vuoto. L’incapacità del padre di accettare i problemi del figlio portava ad un atteggiamento critico e sminuente, con grandi litigi e frustrazioni.
La relazione con Luca è stata altalenante, con momenti di vicinanza seguiti da improvvisi rifiuti. Oltre al progetto riabilitativo con interventi individuali e attività sportive, è stato fondamentale conoscere la sua famiglia e instaurare con loro un rapporto di fiducia e di confronto, che ha contribuito a riportare serenità.
A metà del suo percorso, Luca ha chiesto di potersi relazionare con un operatore maschio, per essere sostenuto nell’accettazione della propria omosessualità e col tempo ha saputo trovare equilibrio e autocontrollo, una modalità più consona di rapportarsi con le persone, ma anche di prendersi cura di sé. Ha trovato qualche lavoretto e delle amicizie, ha comprato un’auto che lo ha reso indipendente negli spostamenti e si è perfino iscritto all’università, aiutato dalla certezza di avere noi al suo fianco. Poi, un giorno, dopo averlo valutato con l’operatore, ci ha detto di volere concludere il suo percorso col Centro Rondine.
Oggi, a volte quando suona il campanello, è Luca che ci viene a trovare.

Quando abbiamo accolto Luca al Centro Rondine, aveva 25 anni, tanti dubbi sulla propria identità sessuale ed un approccio estremamente provocatorio e svalutante verso gli altri.

Anche la famiglia, composta dal padre, dalla sua compagna e da un fratello minore, era per lui fonte di conflitti. La mamma era morta dopo una lunga malattia, lasciando in lui un incolmabile vuoto. L’incapacità del padre di accettare i problemi del figlio portava ad un atteggiamento critico e sminuente, con grandi litigi e frustrazioni.

La relazione con Luca è stata altalenante, con momenti di vicinanza seguiti da improvvisi rifiuti. Oltre al progetto riabilitativo con interventi individuali e attività sportive, è stato fondamentale conoscere la sua famiglia e instaurare con loro un rapporto di fiducia e di confronto, che ha contribuito a riportare serenità.

A metà del suo percorso, Luca ha chiesto di potersi relazionare con un operatore maschio, per essere sostenuto nell’accettazione della propria omosessualità e col tempo ha saputo trovare equilibrio e autocontrollo, una modalità più consona di rapportarsi con le persone, ma anche di prendersi cura di sé. Ha trovato qualche lavoretto e delle amicizie, ha comprato un’auto che lo ha reso indipendente negli spostamenti e si è perfino iscritto all’università, aiutato dalla certezza di avere noi al suo fianco. Poi, un giorno, dopo averlo valutato con l’operatore, ci ha detto di volere concludere il suo percorso col Centro Rondine.

Oggi, a volte quando suona il campanello, è Luca che ci viene a trovare.

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IL BACIAMANO AL SAPORE DI CAPPUCCINO

Questa storia ci è stata raccontata da Lucia Corliano,
Residenza Sanitaria Disabili Albero Blu - Bologna

Voce narrante di Diana Ligue Denis,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Massimo è rimasto un bambino, anche se è un simpatico uomo adulto. Sa cogliere piccole delicatezze inosservate della vita quotidiana, che sfuggono ai più, nella frenesia di tutti i giorni. Un esempio? Il baciamano, o il bacio sulla fronte, gesti che fa suoi e nascondono il suo bisogno di affetto.
Massimo ti segue, ti scruta, gli piace stare in compagnia, è un simpatico burlone. Si presta a fare scherzi innocui e bonari agli altri ospiti, per farli ridere e avvicinarsi così ad una mano da baciare. Massimo si riconosce in quel gesto galante e col più bel sorriso a quattro denti, mostra tutta la contentezza di essere lì, in quella, che per lui è “casa”.
Massimo non ama il disordine, gli piace rendersi utile nel riordino degli spazi, non gli sfuggono una sedia non allineata, o un divano spostato, tutto passa sotto il suo occhio attento.
Massimo è un uomo dolce e affettuoso ed è anche piacevolmente furbo. Ha capito che il suo impegno sarà ricompensato con un buon cappuccino.
A lui il cappuccino piace molto, stringe la tazza bella calda, lo annusa, lo gusta compiaciuto. E dopo l’ultimo sorso arriva il momento del baciamano. Ti guarda e sembra dire “Io sono Massimo, io ci sono, guardami e dammi la tua mano da baciare”.

Massimo è rimasto un bambino, anche se è un simpatico uomo adulto. Sa cogliere piccole delicatezze inosservate della vita quotidiana, che sfuggono ai più, nella frenesia di tutti i giorni. Un esempio? Il baciamano, o il bacio sulla fronte, gesti che fa suoi e nascondono il suo bisogno di affetto.

Massimo ti segue, ti scruta, gli piace stare in compagnia, è un simpatico burlone. Si presta a fare scherzi innocui e bonari agli altri ospiti, per farli ridere e avvicinarsi così ad una mano da baciare. Massimo si riconosce in quel gesto galante e col più bel sorriso a quattro denti, mostra tutta la contentezza di essere lì, in quella, che per lui è “casa”.

Massimo non ama il disordine, gli piace rendersi utile nel riordino degli spazi, non gli sfuggono una sedia non allineata, o un divano spostato, tutto passa sotto il suo occhio attento.

Massimo è un uomo dolce e affettuoso ed è anche piacevolmente furbo. Ha capito che il suo impegno sarà ricompensato con un buon cappuccino.

A lui il cappuccino piace molto, stringe la tazza bella calda, lo annusa, lo gusta compiaciuto. E dopo l’ultimo sorso arriva il momento del baciamano. Ti guarda e sembra dire “Io sono Massimo, io ci sono, guardami e dammi la tua mano da baciare”.

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LA LETTERA DI JOVAN

Questa storia ci è stata raccontata da Giuseppe Tateo,
Comunità Educativa Casa delle Fragole - Bologna

Voce narrante di Dina Giuntoli e Gianni Ragno,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Jovan è arrivato a Casa delle Fragole circa quattro anni fa, dall’Albania. Tranquillo, silenzioso, timido, rispettoso delle regole che non ha mai trasgredito, si è dimostrato molto intraprendente. Sempre pronto ad aiutare gli altri nelle attività quotidiane, affiancando gli educatori e condividendo volentieri le giornate con loro, in modo affettuoso e adeguato.
Nel tempo, crescendo e sperimentandosi in nuovi contesti ed esperienze diverse, il suo carattere è cambiato. Jovan si è chiuso, voleva mostrarsi forte, non bisognoso di nessuno, a tratti anche scontroso. Si era costruito una corazza dura da scalfire. Gli educatori l’hanno supportato comunque, pur delusi dai risultati ottenuti.
Un giorno di qualche settimana fa, gli educatori hanno trovato sul tavolo dell’ufficio una lettera scritta a mano, con calligrafia ordinata, da Jovan.
“Cari educatori, sono qua per scrivervi queste parole che non mi sento di dire. Vi sembrerà strano che Jovan scriva delle lettere così, ma a questa lettera ci tenevo tanto. Vi vorrei dire che siete le persone più importanti che io abbia mai conosciuto. Sono qua per scrivervi che grazie a voi sono qua, grazie a voi sono cresciuto qua, grazie a voi che mi avete fatto credere nei miei obbiettivi che sognavo già da piccolo.
Per me siete la mia famiglia, siete meravigliosi, siete persone che non ti fanno tanto ricordare la famiglia e la mancanza della tua famiglia. Io ringrazio tutti voi per queste bellissime cose che stiamo facendo insieme e continueremo a fare.
Lo so che non lo aspettavate da uno Jovan grande e grosso, ma avevo bisogno di dirvelo. E alla fine vorrei ringraziare pure Giusy, l’amerò per sempre e lo ringrazio tanto per le cose che ha fatto per me.
Ti vorrò bene per sempre.
Jovan”
“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi”, diceva Nelson Mandela e Jovan è sulla buona strada.

Jovan è arrivato a Casa delle Fragole circa quattro anni fa, dall’Albania. Tranquillo, silenzioso, timido, rispettoso delle regole che non ha mai trasgredito, si è dimostrato molto intraprendente. Sempre pronto ad aiutare gli altri nelle attività quotidiane, affiancando gli educatori e condividendo volentieri le giornate con loro, in modo affettuoso e adeguato.

Nel tempo, crescendo e sperimentandosi in nuovi contesti ed esperienze diverse, il suo carattere è cambiato. Jovan si è chiuso, voleva mostrarsi forte, non bisognoso di nessuno, a tratti anche scontroso. Si era costruito una corazza dura da scalfire. Gli educatori l’hanno supportato comunque, pur delusi dai risultati ottenuti.

Un giorno di qualche settimana fa, gli educatori hanno trovato sul tavolo dell’ufficio una lettera scritta a mano, con calligrafia ordinata, da Jovan.

“Cari educatori, sono qua per scrivervi queste parole che non mi sento di dire. Vi sembrerà strano che Jovan scriva delle lettere così, ma a questa lettera ci tenevo tanto. Vi vorrei dire che siete le persone più importanti che io abbia mai conosciuto. Sono qua per scrivervi che grazie a voi sono qua, grazie a voi sono cresciuto qua, grazie a voi che mi avete fatto credere nei miei obbiettivi che sognavo già da piccolo.

Per me siete la mia famiglia, siete meravigliosi, siete persone che non ti fanno tanto ricordare la famiglia e la mancanza della tua famiglia. Io ringrazio tutti voi per queste bellissime cose che stiamo facendo insieme e continueremo a fare.

Lo so che non lo aspettavate da uno Jovan grande e grosso, ma avevo bisogno di dirvelo. E alla fine vorrei ringraziare pure Giusy, l’amerò per sempre e lo ringrazio tanto per le cose che ha fatto per me.

Ti vorrò bene per sempre.

Jovan”

“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi”, diceva Nelson Mandela e Jovan è sulla buona strada.

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STORIA CON LA A

Questa storia ci è stata raccontata da Francesca Masone,
Centro diurno Disabili L’Orizzonte - Pessina Cremonese (CR)

Voce narrante di Valentina Cherubini,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

A come A febbraio. 
A febbraio 2020 tutto intorno a noi del Centro diurno disabili L’Orizzonte è cambiato: le attività si sono fermate, le visite e le uscite erano sospese e presto i nostri ragazzi sono rimasti a casa. La nostra realtà sempre in movimento era improvvisamente ferma. E ferma non inizia con la A.
A come Avevamo paura.
Avevamo paura, col Centro aperto e solo due ragazzi, ma bisognava essere anche forti: per chi veniva, per chi era a casa, per i colleghi in cassa integrazione, per quelli che lavoravano, o che, per vari motivi soffrivano e se ne andavano. Ma anche Forza non comincia con la A.
A come A maggio.
A maggio 2020 abbiamo riaperto. Siamo ripartiti, i ragazzi sono tornati. La Forza, che non comincia per A, è diventata entusiasmo misto a smarrimento, per le tante regole di sicurezza che mutano così come muta il tempo, repentinamente e di nuovo senza A.
A come Al passare dei mesi.
Al passar dei mesi sembrava di essere più chiusi che al tempo della chiusura. Nessuna attività esterna, collaborazioni, uscite. Prigionieri all’Orizzonte, prigionieri anche di noi stessi, delle nostre bolle, del nostro ombelico, che ci faceva vedere solo quello che non era possibile fare e che non comincia con la A.
A come A febbraio 2021
A febbraio 2021, mentre tutto stava di nuovo chiudendo, in una vetrina vediamo esposte semplici borse di tela bianca che hanno attirato la nostra curiosità. Sono borse da decorare per l’AISLA, associazione che si occupa di SLA, a patto che il soggetto cominci per A. Ecco cosa Aspettavamo e Aspettare inizia proprio con la A. Siamo di nuovo in Azione, possiamo fare qualcosa per gli Altri, per ritrovarci, per uscire dall’Ansia, dall’Apatia, dall’Alcatraz delle nostre bolle.
A come Abbiamo fatto.
Abbiamo fatto 6 borse e il soggetto erano sempre gli Angeli, perché l’iniziativa di AISLA è stata per noi simile alla discesa tra noi di un Angelo che ha portato Apertura alle porte, ma anche alla mente e ai cuori.
A come A tutti gli Angeli.
A tutti gli Angeli grazie per aversi portato forza, coraggio, entusiasmo, per esserci rimasti accanto nello smarrimento, nella disperazione, nella fatica, per averci aiutato a non mollare mai. E Angeli inizia con la A.

A come A febbraio. 

A febbraio 2020 tutto intorno a noi del Centro diurno disabili L’Orizzonte è cambiato: le attività si sono fermate, le visite e le uscite erano sospese e presto i nostri ragazzi sono rimasti a casa. La nostra realtà sempre in movimento era improvvisamente ferma. E ferma non inizia con la A.

A come Avevamo paura.

Avevamo paura, col Centro aperto e solo due ragazzi, ma bisognava essere anche forti: per chi veniva, per chi era a casa, per i colleghi in cassa integrazione, per quelli che lavoravano, o che, per vari motivi soffrivano e se ne andavano. Ma anche Forza non comincia con la A.

A come A maggio.

A maggio 2020 abbiamo riaperto. Siamo ripartiti, i ragazzi sono tornati. La Forza, che non comincia per A, è diventata entusiasmo misto a smarrimento, per le tante regole di sicurezza che mutano così come muta il tempo, repentinamente e di nuovo senza A.

A come Al passare dei mesi.

Al passar dei mesi sembrava di essere più chiusi che al tempo della chiusura. Nessuna attività esterna, collaborazioni, uscite. Prigionieri all’Orizzonte, prigionieri anche di noi stessi, delle nostre bolle, del nostro ombelico, che ci faceva vedere solo quello che non era possibile fare e che non comincia con la A.

A come A febbraio 2021

A febbraio 2021, mentre tutto stava di nuovo chiudendo, in una vetrina vediamo esposte semplici borse di tela bianca che hanno attirato la nostra curiosità. Sono borse da decorare per l’AISLA, associazione che si occupa di SLA, a patto che il soggetto cominci per A. Ecco cosa Aspettavamo e Aspettare inizia proprio con la A. Siamo di nuovo in Azione, possiamo fare qualcosa per gli Altri, per ritrovarci, per uscire dall’Ansia, dall’Apatia, dall’Alcatraz delle nostre bolle.

A come Abbiamo fatto.

Abbiamo fatto 6 borse e il soggetto erano sempre gli Angeli, perché l’iniziativa di AISLA è stata per noi simile alla discesa tra noi di un Angelo che ha portato Apertura alle porte, ma anche alla mente e ai cuori.

A come A tutti gli Angeli.

A tutti gli Angeli grazie per aversi portato forza, coraggio, entusiasmo, per esserci rimasti accanto nello smarrimento, nella disperazione, nella fatica, per averci aiutato a non mollare mai. E Angeli inizia con la A.

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LE ALI PER LA LIBERTÀ

Questa storia ci è stata raccontata da Fatma Bouabid,
Centro di Accoglienza Madre Teresa di Calcutta - Bologna

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

Quando Asmahan arrivò a Roma da un Paese lontano, aveva solo tre anni. Cresciuta frequentando le scuole della capitale, a casa doveva però attenersi alle tradizioni culturali e religiose della sua famiglia. 
Un giorno, Asmahan incontra un ragazzo del suo Paese e se ne innamora, ma non piace ai suoi genitori, che si oppongono. Lei lo sposa contro la loro volontà e si trasferisce a Bologna, dove vive il marito. Il sogno dura poco, anzi, si rivela un incubo e la vita familiare è costellata di violenze, che peggiorano dopo giorno.
La giovane donna non ce la fa più, ha paura, ma trova la forza e il coraggio di denunciarlo. Sa che dopo nulla sarà più come prima, ma il desiderio di libertà è più forte di ogni altra cosa.
Asmahan è accolta in una casa con indirizzo segreto, dove vive protetta insieme ad altre donne maltrattate, poi entra nella struttura Madre Teresa di Calcutta, dove ricostruisce la sua vita da zero. Frequenta un tirocinio formativo, diventa ragioniera e col diploma arriva anche il lavoro, uno stipendio e la casa, un piccolo affitto che può permettersi di pagare.
Asmahan ha una passione e la coltiva nel libero: il disegno e la pittura ad acquarello. Le sue tele sono belle, meritano attenzione e le operatrici di Madre Teresa le propongono di esporle. Poche settimane fa, la mostra delle opere di Asmahan è stata allestita in occasione di un evento del Comune di Bologna, per la Giornata contro la violenza sulle donne.  E se le chiedete cosa dipinge, Asmahan vi risponde “la libertà”.

Quando Asmahan arrivò a Roma da un Paese lontano, aveva solo tre anni. Cresciuta frequentando le scuole della capitale, a casa doveva però attenersi alle tradizioni culturali e religiose della sua famiglia. 

Un giorno, Asmahan incontra un ragazzo del suo Paese e se ne innamora, ma non piace ai suoi genitori, che si oppongono. Lei lo sposa contro la loro volontà e si trasferisce a Bologna, dove vive il marito. Il sogno dura poco, anzi, si rivela un incubo e la vita familiare è costellata di violenze, che peggiorano dopo giorno.

La giovane donna non ce la fa più, ha paura, ma trova la forza e il coraggio di denunciarlo. Sa che dopo nulla sarà più come prima, ma il desiderio di libertà è più forte di ogni altra cosa.

Asmahan è accolta in una casa con indirizzo segreto, dove vive protetta insieme ad altre donne maltrattate, poi entra nella struttura Madre Teresa di Calcutta, dove ricostruisce la sua vita da zero. Frequenta un tirocinio formativo, diventa ragioniera e col diploma arriva anche il lavoro, uno stipendio e la casa, un piccolo affitto che può permettersi di pagare.

Asmahan ha una passione e la coltiva nel libero: il disegno e la pittura ad acquarello. Le sue tele sono belle, meritano attenzione e le operatrici di Madre Teresa le propongono di esporle. Poche settimane fa, la mostra delle opere di Asmahan è stata allestita in occasione di un evento del Comune di Bologna, per la Giornata contro la violenza sulle donne.  E se le chiedete cosa dipinge, Asmahan vi risponde “la libertà”.

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IL PRANZO COI COLLEGHI

Questa storia ci è stata raccontata da Cristiana Gattai,
Area Infanzia

Voce narrante di Dina Giuntoli,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

L’alba ha lasciato da poco posto al giorno, mentre io mi parcheggio fuori dalla sede di Società Dolce, in viale Aldini. Non ho ancora spento il motore, e Luigi è già lì, per posizionare meglio la mia auto e lasciare così spazio ai colleghi che arriveranno dopo.
In ufficio i telefoni squillano di continuo, sono i servizi che ci chiedono aiuto per le sostituzioni del personale assente. Con Sara e Davide lavoriamo a testa bassa, rispondiamo, cerchiamo le disponibilità di educatori jolly, riorganizziamo le presenze
È autunno, fuori cade una pioggia insistente e sento ancora l’umidità nelle ossa, ma l’aria si scalda, siamo tutti sotto pressione, dobbiamo far funzionare le cose e sono solo le 9. In ufficio a quell’ora ci siamo solo noi, ma la colazione è già un ricordo lontano e abbiamo fame.
Prendo un foglio A4 dalla fotocopiatrice e con un pennarello colorato scrivo in grande “Oggi cinese!”. È un successo! Una dopo l’altra, le colleghe che nel frattempo sono arrivate, segnano i loro nomi. Siamo tutte più contente, perché un pranzo di cose buone consumato insieme fa la differenza, in una giornata faticosa e grigia. 
Senza saperlo, ho messo d’accordo tutti e dato il via a una bella tradizione. Da allora, ogni giorno sarà appeso un cartello diverso, con cucine di diverse regioni, gusti, sapori: dal sushi, alla pizza, dal kebab, al tortellino. Su tutto, però, troneggia il piatto settimanale della Piera: una grande ciotola di riso venere, con cipolla e prosciutto, da condividere. Un bel modo di fare squadra.

L’alba ha lasciato da poco posto al giorno, mentre io mi parcheggio fuori dalla sede di Società Dolce, in viale Aldini. Non ho ancora spento il motore, e Luigi è già lì, per posizionare meglio la mia auto e lasciare così spazio ai colleghi che arriveranno dopo.

In ufficio i telefoni squillano di continuo, sono i servizi che ci chiedono aiuto per le sostituzioni del personale assente. Con Sara e Davide lavoriamo a testa bassa, rispondiamo, cerchiamo le disponibilità di educatori jolly, riorganizziamo le presenze

È autunno, fuori cade una pioggia insistente e sento ancora l’umidità nelle ossa, ma l’aria si scalda, siamo tutti sotto pressione, dobbiamo far funzionare le cose e sono solo le 9. In ufficio a quell’ora ci siamo solo noi, ma la colazione è già un ricordo lontano e abbiamo fame.

Prendo un foglio A4 dalla fotocopiatrice e con un pennarello colorato scrivo in grande “Oggi cinese!”. È un successo! Una dopo l’altra, le colleghe che nel frattempo sono arrivate, segnano i loro nomi. Siamo tutte più contente, perché un pranzo di cose buone consumato insieme fa la differenza, in una giornata faticosa e grigia. 

Senza saperlo, ho messo d’accordo tutti e dato il via a una bella tradizione. Da allora, ogni giorno sarà appeso un cartello diverso, con cucine di diverse regioni, gusti, sapori: dal sushi, alla pizza, dal kebab, al tortellino. Su tutto, però, troneggia il piatto settimanale della Piera: una grande ciotola di riso venere, con cipolla e prosciutto, da condividere. Un bel modo di fare squadra.

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CON GLI OCCHI DI PIERO

Questa storia ci è stata raccontata da Carla Giulianini,
Casa Residenza Anziani Roncofreddo (FC)

Voce narrante di Dina Giuntoli e Gianni Ragno,
Compagnia Teatrale La Ragnatela - Bologna

PREMESSA - Ho scritto in prima persona, dando voce a Piero, un signore elegante d'altri tempi, ospite della Cra di Roncofreddo. Quando è arrivato da noi aveva solo 67 anni e conosceva benissimo la sua diagnosi. Quello che segue sono le sue parole prima dei silenzi che ora lo accompagnano, è ciò che ci raccontava nell'attesa "dei buchi neri", come egli definiva i vuoti di memoria. Ecco la sua storia.
“Penso che arrivi per tutti un momento nella vita in cui ci prendiamo una pausa per riflettere sul passato, comprendere il presente e guardare al futuro. Quel momento per me è arrivato molto presto, quando ho capito che qualcosa non andava. Diagnosi: Alzheimer. 
Mi sentivo come in un quadro di Ivan Cuvato e sapevo che mi aspettava un nuovo viaggio, così ho deciso di preparare la valigia, mettendo dentro tutto quel che potevo e che avevo vissuto fino a quel momento, nella speranza di poter conservare il più possibile i ricordi e l'intensità della mia storia. 
Ero entrato in una lunga lista d’attesa per un posto dove poter ricevere aiuto e quando sono arrivato a Roncofreddo ero pieno di paure, ma il calore e l'accoglienza ricevuti mi hanno fatto sentire protetto. 
Un giorno mi hanno chiesto "Come si fa ad aiutare gli altri?" e io ho risposto che gli altri si aiutano senza che la persona che ha bisogno di aiuto se ne accorga, sennò si vergognerebbe.
In questa casa, "tanto di cappello", come dicevo sempre. 
La malattia piano piano ha preso il sopravvento. A lei non importa cosa c'è dentro alla valigia. Arriva come un ladro che ti ruba tutti i ricordi più cari. Per fortuna non siamo fatti solo di ricordi, ma anche di emozioni e tutto quello che posso ancora fare e vivere lo faccio, nel mio modo, in semplicità. Ho un mondo intero dentro di me che vorrei raccontare, ma la malattia non me lo permette. 
Grazie alla musica, che mi ha sempre accompagnato, esprimo le mie emozioni o scavo nella memoria emotiva emersa dall’ascolto di una canzone. 
Sono arrivato qui con un bagaglio ricco di sapere, pieno di arte, di musica, di viaggi, di avventure, di lingue diverse che sapevo parlare, di storie d'amore, di esperienze di vita. Mi ritrovo oggi molto diverso, come se fossi in una nuova vita, in una nuova dimensione. 
Non vivo più di memoria, ma di sensazioni. Percepisco che non sono solo, per fare la barba mi è utile una canzone di Pavarotti, per rilassarmi l'opera di Verdi. Tra le poche cose che ricordo c'è il mio secondo nome che significa "nato nella luce" ed è così: ricevo luce ogni giorno, accanto alle persone che si prendono cura del mio corpo e anche della mia anima.

PREMESSA - Ho scritto in prima persona, dando voce a Piero, un signore elegante d'altri tempi, ospite della Cra di Roncofreddo. Quando è arrivato da noi aveva solo 67 anni e conosceva benissimo la sua diagnosi. Quello che segue sono le sue parole prima dei silenzi che ora lo accompagnano, è ciò che ci raccontava nell'attesa "dei buchi neri", come egli definiva i vuoti di memoria. Ecco la sua storia.

“Penso che arrivi per tutti un momento nella vita in cui ci prendiamo una pausa per riflettere sul passato, comprendere il presente e guardare al futuro. Quel momento per me è arrivato molto presto, quando ho capito che qualcosa non andava. Diagnosi: Alzheimer. 

Mi sentivo come in un quadro di Ivan Cuvato e sapevo che mi aspettava un nuovo viaggio, così ho deciso di preparare la valigia, mettendo dentro tutto quel che potevo e che avevo vissuto fino a quel momento, nella speranza di poter conservare il più possibile i ricordi e l'intensità della mia storia. 

Ero entrato in una lunga lista d’attesa per un posto dove poter ricevere aiuto e quando sono arrivato a Roncofreddo ero pieno di paure, ma il calore e l'accoglienza ricevuti mi hanno fatto sentire protetto. 

Un giorno mi hanno chiesto "Come si fa ad aiutare gli altri?" e io ho risposto che gli altri si aiutano senza che la persona che ha bisogno di aiuto se ne accorga, sennò si vergognerebbe.

In questa casa, "tanto di cappello", come dicevo sempre. 

La malattia piano piano ha preso il sopravvento. A lei non importa cosa c'è dentro alla valigia. Arriva come un ladro che ti ruba tutti i ricordi più cari. Per fortuna non siamo fatti solo di ricordi, ma anche di emozioni e tutto quello che posso ancora fare e vivere lo faccio, nel mio modo, in semplicità. Ho un mondo intero dentro di me che vorrei raccontare, ma la malattia non me lo permette. 

Grazie alla musica, che mi ha sempre accompagnato, esprimo le mie emozioni o scavo nella memoria emotiva emersa dall’ascolto di una canzone. 

Sono arrivato qui con un bagaglio ricco di sapere, pieno di arte, di musica, di viaggi, di avventure, di lingue diverse che sapevo parlare, di storie d'amore, di esperienze di vita. Mi ritrovo oggi molto diverso, come se fossi in una nuova vita, in una nuova dimensione. 

Non vivo più di memoria, ma di sensazioni. Percepisco che non sono solo, per fare la barba mi è utile una canzone di Pavarotti, per rilassarmi l'opera di Verdi. Tra le poche cose che ricordo c'è il mio secondo nome che significa "nato nella luce" ed è così: ricevo luce ogni giorno, accanto alle persone che si prendono cura del mio corpo e anche della mia anima.

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Questa storia ci è stata raccontata da

Voce narrante di